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Malachina, Ottobre 2003
Una passeggiata in autunno
La malachina, una vecchia cascina non più abitata dai primi anni '70, rappresenta per chi è nato a Sant'Agata uno dei luoghi più affascinanti e ricco di ricordi. Dei luoghi dove abbiamo giocato vent'anni fa resta ben poco, vi invito a seguirmi tra le rovine di quel mondo contadino ormai scomparso.


Uscendo dal paese ^

Partendo dalla piazza della chiesa, dando le spalle alla Corte dei Garbelli e proseguendo sulla strada che porta verso est, ci si trova ben presto in mezzo alla campagna. Oggi questi prati sono per la maggior parte coltivati a mais e in autunno diventano un paesaggio piuttosto desolata, ma quando io ero piccolo qui era tutta erba e i fossi, allora numerosi, erano fiancheggiati da alberi. Sulla sinistra partiva la strada del Giro dello Stallone percorso privilegiato per le gare di biciclette e unica via alternativa alla strada principale del paese.

Delle case che adesso si vedono allora non ce n'era nessuna, il paese era la metà di quello che è adesso.


La Malachina ^

Proseguendo lungo la strada in direzione est, lo sguardo si infrange contro un filare di alti pioppi e sulla sinistra si scorge il profilo scuro della Malachina. Gli edifici di quella che era la cascina sono ormai senza tetto e il rosso dei mattoni si alterna al verde della vegetazione che li ricopre.


I prati, il paese e il cielo ^

Ad un certo punto la strada svolta ad est, la stanga e un cartello ci avvertono che quella è dopotutto proprietà privata e che l'accesso è consentito solo a proprio rischio.

Votandosi indietro è possibile vedere ancora il profilo del paese che si staglia nel cielo autunnale e per un istante sembra che tutto sia diviso in due mondi: da un lato la terra, dall'altro il cielo e in mezzo il paese, con il suo campanile, come frantiera tra i due.


Un doppio filare di pioppi ^

Proseguendo lungo la strada verso sud si arriva a quello che io credo uno dei posti più belli di Sant'Agata e per me uno dei più cari al mondo. La strada di campagna con i due solchi segnati dalle ruote dei carri è affiancata da un doppio filare di pioppi.

Questo che io reputo un monumento ad un mondo antico che non c'è più, è però molto delicato: molti dei pioppi che accompagnano la strada sono morti o gravemente malati. I rami ormai vecchi cadono in mezzo alla strada, alcune piante morte sono già cadute altre lo faranno con il prossimo alito di vento. Un tempo non era cosi, ogni ramoscello che cadeva in strada era utile legna per l'inverno e ogni preziosa pianta che veniva a mancare era sostituita immediatamente. In quel tempo che sembra molto lontano, la terra, le acque, le piante, gli animali e la natura in genere erano un bene prezioso, per il quale valeva la pena ringraziare Dio e farsi venire il mal di schiena per curarle.

Ora sembrano passati secoli, tutto viene comprato al supermercato e la natura è qualcosa di lontano da ricercare tra le montagne, nei mari tropicali o nelle foreste del Sud America. In ogni caso è qualcosa che si compra al supermercato, come il pane, la frutta, la verdura e persino la legna per il camino.


Il mondo in tre cascine ^

Quella che normalmente viene chiamata Malachina in realtà è un insieme di tre cascine: la cascina Malachina, la più grande, la cascina Pirola, con il mulino e da cui prende il nome la roggia che la costeggia, e il Cascinello.

Mi hanno detto che quando era tutta abitata contava più di 300 persone, quasi un paese. Certo allora le famiglie contadine erano numerose e in quattro locali si viveva in quindici, ora le cose sono diverse.

Provo ad immaginare il via vai su questa strada la domenica mattina: le donne con i veli che vanno alla Messa e i giovani con l'abito buono diretti verso i bar. Penso ai carri trainati da cavalli e poi i primi trattori, mi immagino i bambini che vanno a scuola e i ragazzi che lasciano i campi per diventare operai nelle prime industrie di Milano.

Ora non c'è in giro proprio nessuno.


Archeologia della Civiltà Contadina ^

Provate a pensare a quale sensazione provereste se addentrandovi per la foresta Amazzonica all'improvviso tra gli alberi icominciate a scorgere dei resti di edifici. E, continuando nella vostra esplorazione, vi imbattereste in costruzioni dall'aspetto a voi insolito e piano piano nella testa si fa largo l'idea che in quel luogo, in un tempo lontano, una civiltà altamente evoluta, forse più della nostra, aveva una delle sue città più belle.

Qualcosa di simile si prova quando si arriva qui: gli edifici hanno ormai perso il loro aspetto originale, la vegetazione ormai cresce dappertutto: edera, sambuco e anche una pianta di fico nell'edificio principale. Passato lo stupore iniziale dovuto al mescolarsi dei colori: il rosso dei mattoni che si mischia con il verde delle foglie, il cielo che sbuca dai soffitti sfondati e le travi rimaste che gli fanno da cornice, si incomincia a immaginare come doveva essere organizzata la vita qui. Si identifica il corpo più massiccio e alto, doveva essere l'abitazione del fittavolo o addirittura del padrone, poi da un lato si stendono le case dei contadini e dall'altro le stalle degli animali e i fienili. Questa superfice doveva essere l'aia, infatti scavando nel muschio si trova il piano di cemento e la in fondo doveva esserci la rimessa dei mezzi e un magazzino per gli attrezzi e forse anche il granaio.

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marcello.novelli@gmail.com
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