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L'inflazione ideale
Paul Krugman, Marzo 1997
19 Dicembre 2008 - Riguardando tra i file salvati e messi da qualche parte ho trovato questo scritto nel marzo del 1997. A quel tempo, Clinton aveva appena incominciato il suo secondo mandato e non era ancora iniziata l'era della New Economy. Da allora il mondo e' cambiato e Paul Krugman ha vinto il Premio Nobel.

La politica economica nei Paesi occidentali è sempre più dominata da due partiti contrapposti, le cui parole d'ordine sono, rispettivamente, crescita e stabilità dei prezzi. E per chi non appartiene a nessuno dei due, essere ascoltato diventa a dir poco difficile. O si crede che le banche centrali debbano puntare all'inflazione zero buttando a mare tutto il resto (nel convincimento che la stabilità dei prezzi sia foriera di incalcolabili vantaggi economici), oppure bisogna mettere da parte tutti i timori d'inflazione e puntare sulla crescita (nel convincimento che, così facendo, si possa tornare ai tassi di sviluppo degli anni '60). La verità è che si tratta di un falso dilemma, di cui possiamo e dobbiamo respingere le lusinghe.

I repubblicani americani hanno presentato alla vigilia delle elezioni una piattaforma economica basata essenzialmente sull'ipotesi che nei prossimi sette anni l'economia statunitense possa crescere a un tasso medio annuo pari almeno al 3,5 per cento. Argomento forte di questa impostazione: la critica serrata all'operato della Federal Reserve, che viene additata come l'unico ostacolo a una ripresa dell'espansione economica.

La denuncia dell'operato dei banchieri centrali non fa che consolidare il ben noto spartiacque destra-sinistra. Da una parte c'è Robert Bartley, direttore del Wall Street Journal e conservatore fino all'osso, che attribuisce alla Banca centrale la responsabilità della deludente crescita americana anche nel lungo termine: "Se la Federal Reserve si ostina a ostacolare una crescita che superi il 2,5% va da sé che, nel lungo periodo, avremo un tasso di sviluppo inferiore a quella percentuale". Dall'altra, c'è Felix Rohatyn, ovvero il finanziere liberal che Clinton ha inutilmente proposto alla vicepresidenza della Banca centrale Usa, il quale sostiene che nei prossimi cinque o dieci anni la politica monetaria potrà tranquillamente puntare a una crescita del 3,5 o addirittura del 4%.

Basta qualche rapido calcolo per dimostrare che Rohatyn certamente si sbaglia. Nei quattro anni trascorsi l'economia americana ha registrato un tasso medio annuale di crescita inferiore al 3% che, nondimeno, è bastato a ridurre il tasso di disoccupazione di oltre due punti percentuali. Se nei prossimi quattro anni l'economia dovesse crescere a un tasso notevolmente più sostenuto di quello registrato in precedenza, sarebbe difficile non concludere che anche la caduta della disoccupazione sarebbe altrettanto consistente. E, dal momento che il tasso attuale di disoccupazione è di appena il 5,3%, pensare che la Fed possa impunemente puntare al tipo di crescita auspicata da Rohatyn (o sul quale i repubblicani fanno assegnamento) equivale a credere che la disoccupazione possa scendere al di sotto del 3%: non solo, quindi, molto al di sotto del tasso attuale, ma anche al di sotto dei tassi prevalenti all'epoca della guerra in Vietnam (e per di più, in assenza di pressioni inflazionistiche). Ora mi chiedo: quanti esperti sarebbero pronti a difendere un assunto del genere?

Tra i fautori della crescita c'è chi si compiace di sottolineare come nel periodo 1982-1989 l'economia americana sia cresciuta a un tasso di poco superiore al 3,5%. Costoro dimenticano, tuttavia, che si trattava di una fase di ripresa da una recessione acuta nel corso della quale la disoccupazione era scesa di oltre cinque punti percentuali. Volendo realizzare un'impresa del genere nei prossimi sette anni, l'America dovrebbe raggiungere un tasso di disoccupazione zero entro il 2003.

Scarsamente propensi a confrontarsi con i numeri, gli adepti della setta della crescita sono viceversa generosi di spiegazioni quando si tratti di sostenere la fattibilità di obiettivi di crescita elevati. Basti leggere ciò che Business Week, una delle riviste più influenti che patrocina la causa della setta in questione, ha pubblicato di recente: "Da parte nostra, riteniamo che la produttività americana sia superiore ai dati resi noti dal governo e che l'inflazione sia notevolmente più bassa. E nel contempo assistiamo a un'economia che limita rigorosamente il potere di determinazione dei prezzi delle aziende, le quali, data l'attuale realtà competitiva, devono generare profitti aumentando l'efficienza e non i prezzi. In altre parole, riteniamo che l'economia Usa possa puntare a tassi di crescita superiori al 2%, senza rimettere in moto l'inflazione".

Esaminiamo per primo l'assunto secondo il quale una crescita più elevata ora è possibile perché la crescita della produttività reale è di gran lunga superiore ai deludenti dati ufficiali. Se anche fosse vero, non giustificherebbe una politica monetaria più espansionistica o un obiettivo di crescita maggiore. E ciò perché le previsioni relative alla crescita e quelle relative alla produttività si basano sugli stessi dati. Ipotizziamo che i dati ufficiali rilevino una crescita dell'economia americana pari al 2% annuo, con una crescita della produttività pari all'1%. Se riteniamo irrealistica questa stima, e la correggiamo portandola a un livello più alto, diciamo al 2,5%, allora, per il medesimo ragionamento, occorrerà correggere nella stessa misura anche il dato sul PIL, che corrisponderà né più né meno al 3,5%. Non si deve quindi accusare Alan Greenspan di ostacolare un aumento del tasso di crescita; si deve riconoscere che lo ha già realizzato.

E che dire della tesi secondo cui la competizione globale frena l'inflazione? Innanzitutto, si potrebbero avanzare obiezioni sull'effettiva globalizzazione dell'economia americana: le importazioni, infatti, rappresentano solo il 13% del Pil, mentre almeno il 70% dell'occupazione e del valore aggiunto si riferisce a settori che non competono sui mercati mondiali. Dopo di che, si potrebbe obiettare che se l'economia fosse realmente globale come ipotizza Business Week, un aumento della domanda interna avrebbe un modesto impatto sulla crescita e sull'occupazione Usa, dal momento che buona parte della spesa extra riguarderebbe beni prodotti altrove. Ma non è tutto qui. Ciò che più importa, infatti, è che chi si dice convinto che i prezzi dell'economia americana sono vincolati dalla competizione estera, dovrebbe concludere che una variazione del tasso di cambio del dollaro - che avrebbe un impatto immediato sui costi in dollari dei famigerati concorrenti esteri - deve necessariamente ripercuotersi, e in modo sensibile, sul tasso d'inflazione. Come dire che l'apprezzamento dello yen verificatosi nel 1993-95, che aumentò del 50% i prezzi in dollari dei concorrenti più temibili dell'industria americana, abbia riacceso in modo sensibile l'inflazione americana. La qual cosa non si è affatto verificata.

Se la setta della crescita ha convertito i repubblicani americani, non ha smosso di un millimetro le Banche centrali dalle loro posizioni. Fatto comprensibile nel caso della Fed, che può, a qualche titolo, attribuirsi il merito di un tasso di disoccupazione vicino al minimo degli ultimi vent'anni. Le Banche centrali europee, invece, alle prese con tassi di disoccupazione mai visti dagli anni '30, sono state tutte poco propense a raccogliere gli appelli talora disperati dei leader politici per un abbassamento del costo del denaro. Con pochissime eccezioni, le Banche centrali insistono invece che la cosa migliore che possono fare per l'economia è di perseguire in modo inflessibile l'obiettivo della stabilità dei prezzi.

Sotto questa intransigenza si cela un'ideologia ben espressa dall'enunciazione di "The Economic Growth and Stability Act". La stabilità dei prezzi, vi si legge, "è la condizione fondamentale per mantenere il più alto possibile i livelli di produttività, i redditi reali, le condizioni di vita, l'occupazione e la competitività globale". E' una dichiarazione assai fiduciosa; ma si potrebbe supporre che non c'è quasi un motivo per ritenerla vera.

Il problema è che i costi di un'inflazione bassa sono di difficile identificazione sia in via teorica che empirica. Un'inflazione molto alta, che costringe la gente a sforzi penosi per evitare di tenere contanti, è certamente un male; ma oggi non è davvero questo il caso dell'Occidente. Inoltre è fuori discussione che i costi dell'inflazione, così come sono, sono "non-lineari": per esempio, un'inflazione del 3% fa molto meno di un terzo dei danni provocati da un tasso del 9%. Eppure, anche se i benefici derivanti dalla stabilità dei prezzi non sono neanche lontanamente quelli ipotizzati dall'Act, perché non cercare di ottenerli? Perché sarebbe assai dispendioso. La grande disinflazione degli anni '80, che fece scendere i tassi grosso modo dal 10 al 4%, fu conquistata solo dopo un periodo prolungato di disoccupazione alle stelle e di un eccesso di capacità produttiva: negli Usa il tasso di disoccupazione scese ai livelli del 1979 solo ne 1988 e la perdita complessiva di produzione ammontò a più di mille miliardi di dollari.

Ci sono ottime ragioni per prevedere che una spinta verso un'inflazione zero comporterebbe un quoziente di sacrificio equivalente: in America, cancellare i rimanenti due o tre punti di inflazione costerebbe più o meno 500 miliardi di dollari di produzione sicura. E' un'enorme sofferenza a breve termine per un vantaggio piccolo e vago a lungo termine.

E non è tutto: c'è qualche indizio che una spinta verso un'inflazione a tasso zero può portare non solo a un sacrificio temporaneo di produzione, ma a un tasso di disoccupazione permanentemente più alto. La questione è ancora controversa. Si ritiene comunemente che nel lungo periodo inflazione e disoccupazione non si influenzino a vicenda. Uno studio recente dimostra però che questa regola non vale quando l'inflazione è molto bassa.

Ma supponiamo che il tasso d'inflazione sia molto basso e che il mercato stia tentando di ridurre i salari reali di alcuni lavoratori. Un aumento dei salari del 2% con un'inflazione al 5 non equivale a un taglio salariale del 3% con prezzi stabili? Per lavoratori super-nazionali, può darsi; ma il buon senso suggerisce che in pratica c'è un'enorme differenza psicologica tra un aumento salariale che non riesce a tenere il passo con l'inflazione e una riduzione esplicita del salario. Lo studio che abbiamo citato ha dimostrato oltre ogni dubbio che in realtà i lavoratori non accettano di buon grado una diminuzione dei salari nominali.

Questa rigidità significa che il tentativo di abbassare molto il tasso d'inflazione compromette la flessibilità dei salari stessi. La diminuzione del costo del lavoro, cioè, si può ottenere solo diminuendo l'ammontare complessivo dei salari pagati dalle imprese e pertanto accresce il tasso dì disoccupazione anche nel lungo periodo. Prendiamo il caso del Canada, una nazione la cui Banca centrale sta cercando con ogni mezzo di mantenere stabili i prezzi (l'attuale tasso d'inflazione è inferiore all'1%). Ebbene, la disoccupazione nel Canada è al 10%.

In breve, la convinzione che l'assoluta stabilità dei prezzi sia una grande benedizione che porta enormi benefici con pochissimi costi poggia non sulle prove ma sulla fede. In realtà è dimostrato il contrario: i benefici della stabilità dei prezzi sono vaghi, i costi per raggiungerla enormi e un'inflazione a tasso zero potrebbe rivelarsi infausta anche nel lungo periodo.

Supponiamo di rifiutare sia le cure miracolose del partito setta della crescita che la religione antiquata di quello dei prezzi stabili. Quali politiche sostenere? Una politica libera da slogan potrebbe configurarsi come segue. Primo: adottare, come obiettivo per il lungo periodo, un'inflazione a tasso abbastanza basso, non proprio zero, ma - diciamo - al 3-4%. E' abbastanza alto per far accettare la maggior parte dei tagli ai salari reali imposti dai mercati, pur mantenendo ancora molto bassi i costi dell'inflazione stessa. Ma la politica monetaria ha sull'inflazione un effetto ritardato, sicché occorre anche un obiettivo intermedio. Una strategia ragionevole è quella di cercare di stabilizzare la disoccupazione intorno a quello che viene stimato il livello più compatibile con un'inflazione stabile al tasso desiderato, anche se si sa che queste stime non sono perfette. In tal modo si sarebbe pronti ad aggiustare il livello della disoccupazione se l'inflazione risultasse peggiore o migliore di quanto previsto.

E' possibile che questa proposta susciti obiezioni sdegnate da entrambe le parti. Per i fautori della crescita sarà come accettare una sconfitta, perché per loro l'Occidente ha bisogno di una maggiore crescita per far salire i livelli di vita e risolvere il problema del deficit. Purtroppo, però, l'economia non consiste in ciò che si vuole ma in ciò che si può avere. La crescita può essere una buona cosa, ma per raggiungerla ci vuole altro che dichiarare sconfitta l'inflazione. D'altro canto, chi ha come motto la stabilità dei prezzi definirà irresponsabile questa strategia, un ritorno ai vecchi sistemi inflattivi degli anni '70. Ma la strategia non è assurda, anzi: descrive semplicemente le politiche attualmente seguite da parecchie Banche centrali, tra cui la Banca d'Inghilterra e perfino - possiamo dirlo? la Bundesbank, che parla di un progetto monetarista, ma raramente realizza gli obiettivi che si prefigge.

Naturalmente, queste sagge Banche centrali negheranno di seguire una simile strategia. Ed è comprensibile. Chiunque abbia osservato l'artiglio della stampa calare su un banchiere alle prime armi, cioè abbastanza ingenuo da parlare in modo intellegibile, capisce perché mani più esperte preferiscono nascondere le loro azioni sotto un velo di oscurità e di ipocrisia. Ma se l'ipocrisia presenta dei vantaggi, nasconde anche dei pericoli, e in particolare un rischio: che uno cominci a credere alle cose che dice. Non si tratta di una possibilità ipotetica. Proprio di recente ci sono state Banche centrali - per esempio, la Banca del Canada e quella di Francia - che sembravano davvero credere a quello che dicevano sulla stabilità dei prezzi; la loro buona fede stava costando ai loro Paesi centinaia di migliaia di posti di lavoro.

Purtroppo, è facile immaginare un futuro in cui le politiche dei principali Paesi sviluppati si fonderanno su questo o quel grande slogan monetario. Negli Stati Uniti gruppi potenti sia a destra che a sinistra attualmente fanno una propaganda instancabile per accreditare la convinzione che l'America possa liberarsi dei suoi problemi; a prescindere dal fatto che l'America finirà per riscoprire le gioie della stagflazione, questa propaganda mina seriamente la già vacillante decisione di mettere ordine nel proprio sistema fiscale. Ma il rischio maggiore lo corre l'Europa dove, nonostante la disoccupazione sia a livelli di gran lunga peggiori di quello degli Stati Uniti, la retorica della stabilità dei prezzi non viene mai messa in dubbio e avrà probabilmente un'influenza crescente sulla politica corrente.

In particolare, che cosa accadrà se viene varata l'Unione economica e monetaria europea? La nuova Authority monetaria europea opererà nel quadro di una costituzione che onora sopra ogni altra cosa la stabilità dei prezzi. Ma c'è di peggio: si sentirà obbligata a dimostrarsi un degno successore della Bundesbank, e cercherà quindi di mettere in pratica il genere di politica che la Bundesbank segue solo in teoria. Aggravando il problema in ogni caso già serio della disoccupazione in Europa.

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Krugman Premio Nobel
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