Cari concittadini,
voglio iniziare questa commemorazione del 65° anniversario del Giorno della Liberazione lasciando la parola a una patriota. Si chiama Paola Garelli, di Mondovì, in provincia di Cuneo. Ha 28 anni e fa la pettinatrice a Savona. Siamo alla fine di ottobre del 1944. Lei è in carcere perché svolge attività clandestina nella brigata SAP "Colombo" della città ligure. E' condannata a morte. Ecco la sua ultima lettera, scritta alla sua bambina Mimma, prima di essere fucilata, senza processo, il 1° novembre.
| Mimma cara,
la tua mamma se ne va pensandoti e amandoti, mia creatura adorata, sii buona, studia ed ubbidisci sempre gli zii che t'allevano, amali come fossi io.
Io sono tranquilla. Tu devi dire a tutti i nostri cari parenti, nonna e gli altri, che mi perdonino il dolore che do loro. Non devi piangere né vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo una cosa sola: studia, io ti proteggerò dal cielo.
Abbraccio con il pensiero te e tutti, ricordandovi la tua infelice mamma. |
Queste non sono semplici parole, ma azioni di eccezionale elevatezza morale che si trasferiscono da una morente ai superstiti. Sono una testimonianza e una lezione, concepite nel momento più solenne della vita, quando si è a faccia a faccia con se stessi, in presenza della morte. Esprimono grande coraggio, straordinaria serenità e modestia, fiducia nel futuro. Diventano un messaggio universale.
E' la prima volta, nella storia italiana, che nell'animo di un popolo si forma una convinzione così seria e diffusa, capace di affrontare qualsiasi prova. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, la sopravvivenza della Patria pone drammaticamente a ogni italiano, già alle prese con le terribili difficoltà quotidiane, una domanda cruciale: quale decisione prendere per riscattare e dare dignità a un Paese allo sbando? Molti si chiudono in se stessi. Altri attendono occasioni più favorevoli. Altri invece prendono su di sé la responsabilità di cacciare i tedeschi dall'Italia, sconfiggere i fascisti e dar vita a una società nuova. Coloro che fanno quest'ultima scelta sono molti e tutti concordi.
Nel grande movimento di Liberazione confluiscono innanzitutto i 200 mila partigiani della Resistenza, con i loro 45 mila caduti, i 10 mila uccisi per rappresaglia e i 21 mila invalidi e mutilati. Un forte contributo viene dai 600 mila soldati italiani deportati dai tedeschi nei campi di concentramento: di essi, solo 15 mila accettano di rientrare in Italia a combattere per la Repubblica di Salò; gli altri utilizzano gli strumenti di lotta al nazismo e al fascismo che le circostanze consentono, come il rifiuto del lavoro e il sabotaggio. Importante, infine, è la partecipazione alla lotta di Liberazione dei soldati del Regio Esercito Italiano con gli 8383 caduti della divisione Acqui a Cefalonia e alcune eroiche battaglie, come quella di Montelungo, a fianco degli Alleati.
La Resistenza, attraverso i suoi atti militari e politici, è stata una guerra di liberazione, di liquidazione del fascismo e di realizzazione di una democrazia repubblicana. I documenti che testimoniano questi percorsi di azione, come le memorie dei resistenti, le lettere dei condannati a morte, gli atti del Comitato di Liberazione Nazionale e delle Libere Repubbliche sorte nell'Italia settentrionale, sono il segnale di una svolta, lo "spartiacque", come ha ricordato ieri a Milano il Presidente Giorgio Napolitano, tra l'Italia del Risorgimento che conseguì la sua unità nel 1861 e l'Italia che nel 1945 iniziò la sua nuova storia.
C'è tanta voglia di un futuro migliore in questi documenti che si è condensata nel 1948, nella Costituzione: in questa Carta fondamentale sono stati convertiti in norme giuridiche e formalizzati in un linguaggio scientifico i valori della Resistenza: l'uguaglianza, la libertà e la solidarietà per dare corpo a una democrazia nuova, partecipativa, fondata sugli equilibri dei poteri, testimone dei diritti fondamentali dell'uomo: il lavoro, l'emancipazione, la cultura, il dialogo.
Non dimentichiamo mai quel passaggio del discorso del giurista e padre costituente Piero Calamandrei agli studenti milanesi nel 1955:
| ...questa Carta è un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate sulle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione. |
Oggi, a 65 anni dalla fine della guerra di Liberazione e dal congedo della Resistenza, che pure ha avuto al suo interno episodi di rappresaglia, dogmatismi, estremismi, quei principi sono ancora attuali. Sia perché non sono stati del tutto applicati. Sia perché abbiamo bisogno di anticorpi per combattere l'oblio delle regole democratiche.

Il momento della posa della corona da parte del Sindaco e del Presidente dell'ANPI
La democrazia, ci ricorda il costituzionalista Gustavo Zagrebelski, è sempre un regime problematico, difficile, mai definitivo, esposto strutturalmente al pericolo d'involuzione oligarchica. Noi italiani non possiamo stare tranquilli sapendo di essere, secondo un detto del filosofo Norberto Bobbio, "democratici più per assuefazione che per convinzione".
Dobbiamo allora incidere nel nostro cuore l'esortazione di Calamandrei: "Ora e sempre resistenza".
Grazia Mastrandrea, Presidente dell'ANPI di Cassina de' Pecchi, 25 Aprile 2010
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