Progetto Cassina-Sant'Agata
Abbiamo un futuro in comune
Chiamiamo ogni cosa con il suo nome
Generalizzare impedisce di affrontare i problemi
Forse passa per di qui la battaglia contro il berlusconismo, contro ciò che resta, anche se "lui" non è più al centro della scena politica; la battaglia cioè contro gli effetti, sedimentati negli anni, della politica del disprezzo da parte dei governanti nei confronti dei governati, formalizzata in diverse affermazioni, anche recenti, dell’ex premier. Possiamo recuperare una dimensione pubblica, civile, corresponsabile e associata nella vita collettiva, cominciando a chiamare ogni cosa con il suo nome.

Anche se all’epoca il nostro ex premier, per farsi bello/bullo con l’amico Putin mimava ridendo il gesto del mitra come risposta a una giornalista importuna, nella nostra Repubblica italiana possiamo dire che libertà di pensiero e di stampa non sono mai state in discussione: ognuno ha sempre detto e scritto ciò che riteneva giusto, senza pericolo di vita, anche se molti dicevano e scrivevano quello che voleva "lui", vuoi per vocazione cicisbea, vuoi per convenienza di lavoro, dato che "lui" era il padrone della maggior parte degli organi di informazione.

Il cosiddetto conflitto d’interessi tra poteri economico-mediatici e alte cariche politiche non ha dunque mai messo in pericolo la vita di nessuno (come invece tuttora accade nei casi più severi di limitazione delle libertà, vedi Cina, Russia, ecc.); sicuramente però consigliava di non accanirsi troppo nel raccontare la verità e nell’infierire su corrotti e corruttori, col risultato, in molte TV e rotocalchi, di deformare più che informare e, se l’occasione fa l’uomo ladro, l’abitudine fa l’uomo indifferente ("Le anime umane, mio caro, sono piene di vitalità. Se tagli in due un corpo, l’uomo crepa. Ma se squarci un’anima, diventa docile e basta."1).

Questo è accaduto gradatamente, ma costantemente; in piccole dosi, ma nel lungo periodo. Il luminescente "velo di Silvio" ha occultato il reale, rendendo quasi sempre impossibile ogni azione perché così è, perché le decisioni sono già state prese e, soprattutto, così fan tutti e spesso peggio.

Come un velo di Maya, il velo virtuale di Silvio ha offuscato la differenza tra "evadere il fisco" e guadagnare, coprendo, fino a legalizzarlo, l’azzardo morale, eliminando l’idea di finzione e facendo diventare reale la gibigiana, l’effetto ottico, il miraggio, il "vorrei quindi posso", dunque mi approprio, senza neanche la scusa della povertà, della miseria ignorante. Qualunque comportamento ineducato, arrogante, offensivo, disonesto, è stato reso accettabile perché virtuale, è stato legittimato perché generale e quindi è diventato reale.

Chiamiamo dunque ogni cosa con il suo nome, cominciando, per favore, a non dire "ministra", errore grammaticale su qualsiasi manuale di lingua! Ministra si diceva, nel governo precedente, in senso dispregiativo, come si diceva un tempo "minestra" invece di "maestra" o qualche maschietto diceva "animalessa" per peggiorare l’insulto "animale".

Chiamiamo ogni cosa con il suo nome: buttare pietre dai cavalcavia, come si usava qualche anno fa, non era una ragazzata da "balordi"; ancor più, i terroristi delle brigate rosse o nere, durante i cosiddetti "anni di piombo", e così pure i nazisti o gli integralisti razziali e religiosi di tutte le epoche e di tutte le latitudini, non chiamiamoli "pazzi", colpiti da improvvisa follia, ma lucidi quanto disumani professionisti della morte premeditata.

Generalizzare, mettere tutto sotto un comodo denominatore comune, accomunare tutti gli omicidi come atti di qualche folle isolato, pensare che il razzismo non esista, se non nelle strumentalizzazioni di qualche politicante o ancora che "... per fortuna, qui al nord la mafia non esiste quindi possiamo stare tranquilli...", esonera dal distinguere, impedisce di discernere e toglie la responsabilità, in un sol colpo, a chi compie crimini e reati e a chi è deputato ad individuarne la matrice e ad assicurare i colpevoli alla giustizia.

Franca Marchesi, 20 Dicembre 2011

1Citazione da Evgenij Schwarz, Il Drago, Einaudi, 1962


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Franca Marchesi
20 Dicembre 2011